Ingrid Bergman in “Stromboli” e il potere degli attori non professionisti

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Ci sono tanti modi per interpretare attori non professionisti quanti sono i professionisti del casting, e tanti modi per dirigere i film con l’uno come con l’altro. I non professionisti possono essere nuovi arrivati ​​di grande ispirazione (come Lynn Carlin in “Faces” o Souleymane Demé in “Grigris”), incarnazioni esemplari di se stessi in stile documentario (come l’intero cast di “The Exiles” o “People on Sunday”), tabelloni vuoti per una radicale de-teatralizzazione (come in quasi tutta l’opera di Robert Bresson). Ma ci sono particolari tensioni creative che derivano dal casting di nonpros accanto alle star del cinema. Ciò che mi interessa di più del casting di attori non professionisti nei film drammatici è la loro presenza dirompente, il modo in cui la loro relativa mancanza di tecnica e inesperienza nel prendere la direzione e suonare alla telecamera creano trame del tipo che i registi hanno cercato di ottenere sin dai primi giorni di film narrativi. Il plauso di Chloé Zhao “Nomadland, “In cui Frances McDormand si esibisce con un notevole gruppo di non professionisti, che la produzione ha incontrato sul posto, mette in luce sia il potere che le insidie ​​di tali accoppiamenti. Un precedente di maggior successo è il film “Stromboli” di Roberto Rossellini del 1950, con Ingrid Bergman al fianco dei residenti dell’isola titolare. Le loro relazioni sullo schermo sono la vera molla del dramma.

Nel film che ha mostrato per la prima volta il concetto e le pratiche del cosiddetto neorealismo italiano, “Open City”, del 1945, Rossellini ha raccontato una storia sulla resistenza italiana all’occupazione nazista interpretando una delle stelle nascenti del tempo, Anna Magnani , e il noto attore comico Aldo Fabrizi insieme a molti non professionisti. La tensione delle riprese (che si sono svolte in tempo di guerra, ad alto rischio) e l’immediatezza del dramma hanno elevato l’intero cast a un punto focale drammatico. Rossellini ha continuato a lavorare con i non professionisti nei suoi prossimi lungometraggi, “Paisan” e “Germany Year Zero”, sia sulla guerra che sulle sue conseguenze, e l’effetto drammatico della loro presenza è stato accentuato dalla spinta storica delle storie e dalla rappresentazione altrettanto significativa dell’Italia e della Germania segnate dalla guerra; il casting si adatta alle storie e agli ambienti. Poi, quando Bergman, una delle più grandi star dell’epoca, gli scrisse con ammirazione per offrirsi di lavorare con lui, seguì gli stessi metodi, anche se in modo più radicale, nella loro prima collaborazione, “Stromboli”, un altro dramma radicato nella Seconda Guerra mondiale. Qui, il casting non ha solo servito o intensificato la storia, è diventata la storia.

In “Stromboli” (che è in streaming su Criterion Channel e – in un taglio leggermente più breve – su IMDb TV e altri servizi), Bergman interpreta Karin, una donna lituana sulla trentina che, dopo la fine della guerra, sta vivendo in un campo profughi. È più affascinante, più energica, più raffinata e, soprattutto, molto più cinica delle altre donne nella sua caserma, e vuole disperatamente uscire. Karin è coinvolta in una storia d’amore con un pescatore italiano di nome Antonio (Mario Vitale, un pescatore nella vita reale, nel primo dei suoi pochi ruoli cinematografici) dall’altra parte del filo spinato che separa i complessi maschili e femminili. Quando le viene rifiutato il visto per l’Argentina, accetta la sua proposta di matrimonio e parte con lui per la sua casa, l’isola vulcanica di Stromboli. Arrivando lì con lui, Karin è immediatamente e inconsolabilmente infelice. L’isola è geograficamente proibitiva; le sue case sono vecchie e fatiscenti, i suoi abitanti poveri e in difficoltà. I giovani ed energici aspirano alla fuga, mentre quelli che rimangono (e le tante persone anziane che tornano) sono profondamente religiosi e legati alla tradizione. In breve, non offre nulla dell’urbanità e della raffinatezza che hanno segnato la prima vita di Karin nelle capitali europee.

Eppure gli isolani legati alla tradizione, poveri e isolati – interpretati da non professionisti, persone incontrate lì – sono goffi e nervosi. Guardano nella telecamera come appaiono a Karin, rigidi e arretrati. Sembrano l’opposto dei naturali, appaiono a disagio davanti alla telecamera e in presenza dello sguardo di Bergman – e, soprattutto, in quello di Karin. Stromboli è la loro isola ma l’intrusa presenza della macchina da presa, della star e del patinato nuovo arrivato li distacca da essa, li fa sembrare disadattati estranei a casa e si inserisce in modo scomodo nel film che ne descrive il modo di vivere. Strappano la superficie del dramma, interrompendone la consistenza e il flusso.

La gentile Karin arriva a Stromboli, a quanto pare, non solo come un modo per uscire da un campo profughi, ma come un modo per evitare la deportazione nel suo paese d’origine. (Alla fine emerge che, durante la guerra, aveva avuto una relazione con un uomo che lei identifica come uno degli occupanti, presumibilmente un tedesco.) Nella sua miseria, trama la sua fuga, tramando per ottenere i soldi con cui lei e Antonio possono partire per l’Australia o gli Stati Uniti, cercando allo stesso tempo di spremere qualunque briciola di felicità possa trovare in quella che considera la sua nuova forma di reclusione. Karin è quello che una donna di Stromboli chiama un “flirt”: si associa disinibitamente a una donna considerata “cattiva”; tenta di sedurre l’unico uomo mondano dell’isola, il parroco (interpretato anche da un forestiero, Renzo Cesana, scrittore e produttore che era anche un attore minore di Hollywood); e abbraccia scherzosamente un altro pescatore. Lo stesso Antonio, sebbene devoto a Karin, è duro, esigente, imperioso e, quando il loro matrimonio diventa oggetto di pettegolezzi, persino violento nei suoi confronti.

Per quanto riguarda gli isolani, sono pettegoli, spietati e severamente giudicanti, prestando appena un barlume di attenzione ad aprire l’isola a correnti più ampie di cambiamento e progresso. Eppure Rossellini li restituisce anche a se stessi cinematograficamente quando la sua direzione drammatica si sposta verso il documentario, in particolare, in una sequenza giustamente celebrata che mostra i pescatori che remano pazientemente, risolutamente e silenziosamente, mentre Karin visita Antonio e vede di persona l’eroica, violenta, pericolosa lotta di la loro vita quotidiana e ascolta da sé i canti di lavoro che li sostengono nel loro duro lavoro. Poi arriva un’eruzione vulcanica, che rivela – agli spettatori, come a Karin – il terrore ambientale di una catastrofe imminente che infesta silenziosamente ma decisamente la vita sull’isola, la presenza della morte che è sia l’orribile fardello dei suoi residenti che la sacra prova spirituale.

Nel corso del film, i ruoli si invertono: la vita su Stromboli rivela la stranezza di Karin, la sua goffaggine, i suoi pregiudizi e anche l’innesto inadeguato della stessa Bergman tra la sua gente. Attraverso il dramma, i residenti, in effetti, riprendono possesso della loro casa e dello spazio cinematografico in cui Rossellini li presenta. A differenza di “Nomadland”, dove il personaggio di McDormand, Fern, è definito fin dall’inizio dal suo legame empatico con altri nomadi (per quanto differenti le loro motivazioni e circostanze), in “Stromboli” né quello di Karin né quello di Bergman (né, del resto, di Rossellini) lo sguardo estraneo sui guai della gente del posto ha le loro prospettive incorporate. Le immagini pacatamente lucide e analiticamente precise, che intrecciano l’osservazione documentaria in finzione inscenata e cristallizzano il dramma da eventi inediti, rendono lo scontro reciproco di vite e sogni, l’innesto conflittuale della stella sull’isola e gli isolani nel cinema drammatico di una star, il nucleo caldo e instabile del dramma. Lungi dal camuffare o sminuire i metodi e le realtà della produzione, Rossellini li mette in primo piano e costruisce su di essi il grande mondo emotivo del film e la sua grande visione sociale e spirituale.

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