“Test Pattern”, recensione: un brillante debutto esamina le conseguenze dell’aggressione sessuale

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Il brillante primo lungometraggio di Shatara Michelle Ford, “Test Pattern” (ora disponibile nei cinema virtuali tramite Kino Marquee), segue una giovane donna di Austin, in Texas, di nome Renesha (Brittany S. Hall), che incontra un giovane di nome Evan (Will Brill) in un club. Una relazione romantica si sviluppa rapidamente tra loro e presto convivono. È una dirigente dello sviluppo aziendale; è un tatuatore. Lei è nera; è bianco, anche se non discutono mai delle loro identità razziali all’interno del film. Mentre guardavo, mi sono ritrovato assorbito dalla loro storia, anche se in modo insolito. Era ovvio fin dall’inizio che le cose tra i due erano troppo belle per essere vere, che c’erano guai inespressi in paradiso. Quando il problema è sorto, però, sembrava nato non dalle complesse idiosincrasie di una storia d’amore nella vita reale, ma da un insieme di forze sistemiche. I personaggi sono attentamente pensati e osservati in modo acuto, e fatti della materia visibile della vita, con intenzioni, interessi e risposte emotive del tutto plausibili. Eppure la loro storia in “Test Pattern” sembra concepita non allo scopo di rivelare la loro vita interiore da solo, ma per mettere alla prova la società in generale. Il film è, in effetti, un laboratorio cinematografico, non un film sperimentale ma un film che è un esperimento in azione. L’apparente realismo del film è al servizio di un’audace astrazione analitica.

Ford, in collaborazione con gli editori Katy Miller e Matt Tassone, realizza questo concetto con un senso della forma sconcertante il cui impatto intellettuale sembra quasi fisico nella sua intensità. Il modo audace del film con il tempo e la memoria è evidente fin dall’inizio; inizia con una scena che dà un tono, sebbene la sua tempistica, fino a metà, rimanga poco chiara: una scena isolata e decontestualizzata di una donna nera e un uomo bianco in un ambiguo incontro sessuale. (È impossibile arrivare alle idee in “Test Pattern” in alcun modo significativo senza discutere i punti principali della trama, quindi spoiler avanti.) Dopo aver iniziato una relazione con Evan e essersi trasferita con lui, Renesha soddisfa anche la sua ambizione di vecchia data di lasciare il mondo aziendale: accetta un lavoro come direttore dello sviluppo presso un’organizzazione no profit. Tornata a casa dal suo primo giorno di lavoro, sente parlare da un’amica di nome Amber (Gail Bean), che la invita a una serata in un club, e lei va in quella che Evan chiama una “serata tra ragazze”, progettando di mantenerla contenuta e evitare di bere.

Al club, Amber (che è anche Black) e Renesha discutono della politica della loro vita quotidiana. Entrambi i luoghi di lavoro sono prevalentemente bianchi. Amber dice di sentire i suoi colleghi lodare Donald Trump; Renesha dice che evita di discutere di politica al lavoro perché, come dice lei, il mondo non profit non è completamente liberale. Citano la morte di Sandra Bland come esemplare della politica oscura del Texas, e Amber desidera ardentemente andarsene, a New York o San Diego, “perché il Texas mi farà uccidere”. Mentre parlano, due uomini bianchi (Drew Fuller e Ben Levin) si avvicinano alle donne accettando con entusiasmo queste opinioni politiche: è l’unico momento nel film in cui uomini e donne, neri e bianchi, discutono insieme di questioni politiche , ed è uno stratagemma nauseante.

Quello che segue è un’aggressione sessuale: gli uomini blandiscono e flirtano con le donne, poi le drogano, e uno di loro porta Renesha – stordita, poi priva di sensi – in una stanza d’albergo e la violenta. “Test Pattern” mostra, con una precisione agonizzante, come i predatori manovrino Renesha e Amber per prendere decisioni chiaramente imprudenti, e lo dimostra senza in alcun modo mitigare l’orrore criminale e morale delle azioni degli aggressori o incolpare le vittime. C’è un quadro concettuale dietro la decisione di Ford di mettere in primo piano i dettagli del crimine. Evidenziando i passaggi, sia pratici che psicologici, che comporta, il film – come una radiografia – rivela le fratture nascoste della società, le crepe nel sistema che mettono gravemente a rischio il corpo e la mente, la vita privata e la responsabilità civica.

La mattina dopo, l’aggressore di Renesha la scarica a casa di Amber, ed Evan la incontra lì. Ricorda vagamente quello che è successo e si scusa con Evan, il quale dice che non ha nulla di cui scusarsi. Qui, il film introduce un’altra questione di consenso, una questione che mostra una prerogativa maschile di tipo diverso – e che il film collega sottilmente e concettualmente ad altri abusi, siano essi criminali o del tutto legali. Renesha vuole tornare a casa, ma Evan insiste affinché vadano in ospedale, in modo che possa essere esaminata forense, tramite un cosiddetto kit per stupro. Quella che segue è un’odissea complessa, estenuante e inquietante, poiché Renesha ed Evan sono costretti a spostarsi di ospedale in ospedale alla ricerca di una struttura che disponga sia di un kit per lo stupro che di membri del personale autorizzati a usarlo. Lungo la strada, viene drammatizzata un’altra forma di depredazione, politica e amministrativa: anche per vedere una praticante, Renesha deve lasciare la sua carta d’identità a una receptionist – e firmare un modulo che accetta tutte le accuse, al fine di ottenerla. ID indietro. Questo momento di orrore, gravido della prospettiva di bollette onerose e debiti irragionevoli, coglie brevemente ma con forza la disgrazia del sistema sanitario americano.

Gli assurdi fardelli inflitti dal sistema hanno un lato fisico: Evan dice a Renesha che deve trattenersi dalla pipì in modo che possa fornire un campione di urina per il kit dello stupro quando ne trovano uno. Questo dà al viaggio di Renesha da un ospedale all’altro un’ulteriore agonia, frustrazione e indegnità. Ciò che rimane non dichiarato, tuttavia, e indiscusso è il motivo di Evan per sollecitare Renesha a sottoporsi a un esame forense. Sta spostando la sua rabbia – anche nei confronti di Renesha – sul desiderio di vendicarsi legale contro il suo aggressore? Lei stessa vuole proseguire l’esame o lo fa per soddisfare, placare o in qualche modo compensare Evan? Una serie di flashback, concepiti in modo incisivo e collocati con un acuto senso del tempismo, indicano le linee di frattura nel rapporto di coppia anche nei momenti buoni, non necessariamente gravi o insormontabili ma che, come i punti deboli di un sistema medico, stabilimento (o, non si può fare a meno di pensare alla luce dei recenti eventi in Texas, una rete elettrica), rendono più difficile assorbire lo stress. Inoltre, il film implica che quando arriverà un crollo sistemico, sarà più catastrofico per i neri, specialmente per le donne nere. Il silenzio che circonda Renesha ed Evan – il silenzio sulle loro identità, il silenzio sulla frenetica ricerca di un test di stupro, il silenzio sui fallimenti del sistema medico e legale – è un silenzio che riecheggia nelle sale del potere e attraverso storia. “Test Pattern”, in tal senso, è l’eco di un’eco, una convergenza di cinema socio-scientifico e di soffocate urla di dolore che appare progettata, urgentemente e precisamente, per rompere il silenzio.

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